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Interviste
Vorrei che fosse notte: intervista a Gisela Scerman

“Vorrei che fosse notte” è un romanzo a tratti crudo e a tratti struggente. La malinconia della natura e la solitudine di un bambino che cresce in una famiglia arida di amore. Una saga familiare di aspra amarezza, la sua crescita interiore attraverso il dolore, i racconti di donne spezzate, vittime sacrificali in un mondo crudele che lascia spazio a sottili barlumi di amore come carezze sussurrate. L’accettazione della vita e dei suoi misteri fino alla presa di coscienza di quello forse più doloroso: la morte. “Perché sono i figli e i giovani a morire, i vecchi quando chiudono gli occhi semplicemente se ne vanno”.

Ti chiedo di presentarti brevemente. Chi è Gisela Scerman oggi?
Forse bisognerebbero chiederlo agli altri, trovo sempre un po’ ridicolo quando uno cerca di dare un giudizio su se stesso, si diventa patetici e di sicuro non si è obiettivi; quelle son discussioni che uno deve tener tra sé e sé (e pochi intimi forse). Anche a sentire i giudizi degli altri su se stessi fa sempre un po’ sorridere - siano buoni o cattivi, però almeno lo dicono gli altri… delego il giudizio quindi, e sorrido.

La vicenda ha luogo in un paesino di montagna del Veneto. Dalle tue descrizioni approfondite sembri conoscere bene quella realtà.
Sono cresciuta in un paese nella periferia di Vicenza ai confini con Trento fino ai 17 anni, quindi son realtà che ho vissuto, e interpretato sentimentalmente prima di tutto. Quello di cui parlo, sono sensazioni che nel tempo si sono accatastate, si sono sedimentate: una certa crudeltà, un certo cinismo, facce di anziani, coetanei che spalleggiano “il diavolo” dopo la messa del mattino, voci nel sottofondo delle stagioni, il paesaggio che ti scuote dentro, i ricordi dei vivi e dei morti che si mescolano e hanno echi lontani che ti portano altrove. Ma cose anche molto belle del resto.
Centrale l’immagine di questo mio zio Frank il sadico di famiglia – che dopo aver fatto qualche marachella in paese, ed essersene andato in Germani negli anni ’70 per scrollarsi la provincia di dosso, si era poi dedicato al volontariato in Africa. Nonostante questa apparente (e poi perché no, reale) opera di bontà continuava a dimostrarsi crudele in famiglia, ha sempre preso di mira mia madre fin da quando erano bambini - lei da lui ha subito non poche ingiustizie e violenze. Io queste situazioni le ho vissute solo di striscio per fortuna, però quando tornava da questi suoi viaggi era un vero e proprio spauracchio per tutti in casa. Per fortuna il destino gli ha giocato un brutto scherzo, e io l’ho vissuto come un segno di giustizia. Mia madre l’ha perdonato, io a distanza di anni dalla sua perdita penso non sia mai morto abbastanza. Dovevo riprendermi un qualche cosa che mi era stato tolta, e in parte penso di averlo fatto con questo libro; se non si diventa degli assassini bisogna trovare una altro modo di mettersi in pari con i torti subiti.

La saggezza dei vecchi traspare da proverbi e aneddoti raccontati spesso in dialetto. Pensi che questo patrimonio culturale sia da raccogliere e conservare?
Saggezza… direi più che altro una cultura popolare che si è tramandata attraverso i gesti, le azioni, i racconti dei vicini, del paese, il portare avanti la forza fisica, le malelingue e le reticenze creando convinzioni che vivono tutt’ora in questa gente, stati d’animo spesso mossi da superstizioni (a volte a ragion veduta altre volte per nulla), molto più forti di qualunque moda che irradia il mondo, ma ecco…quel serpeggiare di credenze rimane molto radicato. Credo sia importante conosce i vari “gossip di paese”, che è poi il senso folkloristico che caratterizza un posto facendo presente cosa ci hanno portato e lasciato nel tempo. In tutte le regioni d’Italia ci son differenze forti e le loro peculiarità fanno in modo che ogni angolo di terra, soprattutto il più disperato abbia una propria voce. Il confronto è sempre lo strumento di crescita più importante che l’essere umano ha a disposizione associato all’intelligenza emotiva, quella che ti viene poi dal cuore. Una visione dall’alto cercando di capire quello che ti circonda ti guarisce da diverse cecità, ti dà delle risorse incredibili, pure la cultura quella vera è questo: autori che incontri e ti suggeriscono vie d’uscita. Credo sia stata la mia guarigione venire via ad quei posti e incontrare gente che ha davvero salvato “la mia prima vita” .

Quanto c’era di autobiografico ne “La ragazza definitiva” e se e quanto invece in questa tua ultima fatica?
Molto in entrambi, anche ciò che non è autobiografico in qualche modo se lo racconto mi appartiene, quindi mi arrogo il diritto di farlo mio. Però se devo dire quali dei due, anzi dei tre libri sia più “fedele” alla mia vita dico quest’ultimo Vorrei che fosse notte, perché è proprio la storia di quando vivi l’essere bambino, quella che di conseguenza condizionerà tutto il tuo l’avvenire. Ci sono cose che hanno fatto di te quello che sei e se non fosse così saresti un’altra persona. Ezio Vendrame diceva noi siamo quello che ci hanno fatto. Non posso che confermare.

E ora conosciamo meglio Gisela; lavori anche come modella presso l’Accademia delle Belle Arti di Bologna. Puoi parlarci di questa tua esperienza?
E’ un lavoro che ho cominciato abbastanza per caso. Nel 2001 a Roma stavo facendo un servizio fotografico con un’altra modella toscana. Lei allora lavorava all’Accademia di Belle arti di Bologna e avrebbe chiesto il trasferimento a quella di Firenze; quindi feci richiesta io presso l’Accademia di Bologna, l’anno dopo mi presero. Fortuna.
Penso sia faticoso da concepire il lavoro di modello per posa per chi non l’ha mai fatto. Consiste nel stare in una posa concordata tra docente e modello per più ore davanti gli studenti che debbono disegnare la figura dal vivo (per niente siamo inquadrati come modelli viventi nel contratto). E’ parecchio faticoso, si vengono a creare spesso dolori muscolari, problemi temporanei con la circolazione, informicolamento degli arti, poi d’inverno col freddo non è il massimo, ma è lunga la lista …ora mi sta un po’ stancando, ci sono esigenze differenti da parte mia; forse che ogni età rappresenta volontà diverse, un tempo ero anche senz’altro più esibizionista, cambia molto col tempo il rapporto con il corpo, è inevitabile, poi mi incuriosiva vedere la riproduzione della mia immagine sulle tele. Ora spero di invecchiare vestita insomma. E’ ancora un lavoro che comunque sopporto, del resto e con l’editoria si sopravvive se ti va di lusso, ma si sopravvive più di orgoglio che di danari, quindi intanto evviva il fare da modella, scrivendo e occuparmi di musica quando posso, preoccuparsi troppo del futuro spesso significa sacrificare buona parte del presente, che è poi la vita reale.

Hai posato come modella per Giovanna Casotto e tanti altri, regalandoci ritratti di sensualità. Cos’è per te l’erotismo?
E’ un’altrove, là dove puoi immaginare senza toccare, il sesso mancato che amiamo fare mancare per desiderarlo.

E ora, per finire la nostra intervista come da tradizione, puoi dirci qualcosa di “sick”?
Mi devo scusare, ma non credo nelle terminologie intese come stereotipi per tentare incanalare un’essenza; direi proprio qualcosa di sciocco assecondando un termine che poco a me dice.

Per saperne di più: http://www.gisy.it
http://www.myspace.com/gisy79

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